venerdì 23 maggio 2008

CARNE DELL'ORSO O CARNE DELL'UOMO?

Magari di nessuno dei due.
Proseguiamo in tema di bestiario; alpino ma non solo, più ampiamente montano. E questa volta torniamo a occuparci di orsi anche se non più da un punto di vista letterario. La cronaca degli ultimi tempi fornisce lo spunto per un discorso più vasto che va a toccare il cinema, ambito in cui il plantigrado gioca spesso il ruolo di star, e non solo in film consolatori e teneri come Koda fratello orso o L’Orso.
Per iniziare, le notizie.
21-5-08, Gioia dei Marsi (AQ). 5 quintali di miele divorati da un orso marsicano nei pressi del Parco Nazionale d’Abruzzo. Curiosa la reazione dell’apicoltore Franco Troiani per nulla turbato dal fatto: «È un segno tangibile della presenza del plantigrado sul nostro territorio: un patrimonio che va salvaguardato con ogni mezzo per non correre il rischio di far estinguere il simbolo della Marsica».
22-5-08, alta Val Seriana (BG). In un allevamento ovino trovate 4 pecore sbranate. Nel varco della rete sono rimasti dei peli che, stando ai primi accertamenti, apparterrebbero a un orso.
E pochi giorni prima, il 17 maggio, a Prato allo Stelvio (BZ) si era tenuto il convegno internazionale Convivere con l’orso organizzato dal Wwf, in cui si è discusso sulle buone pratiche per la prevenzione dei danni causati dall’animale e sulle misure di risarcimento per coloro che abbiano subito dei “furti”.
Alle nostre latitudini, dove la natura è stata ormai completamente addomesticata, possiamo permetterci di disquisire sul fatto che gli orsi sono un patrimonio per il benessere dell’ambiente e sui pericoli esclusivamente economici che questa presenza può arrecare all’uomo. Ma non è così dappertutto. In altre zone della terra come Canada, Alaska e Siberia il dibattito è di ben altre proporzioni: la presenza degli orsi è una minaccia per la vita umana? La discussione è aperta, anche se laggiù, a chi si inoltra nella foresta per un’escursione, si consiglia vivamente di portare con sé un fucile a pallettoni.
A questi interrogativi ha dato una risposta il grande regista tedesco Werner Herzog nel suo film-documentario Grizzly man. È la storia vera di Timothy Treadwell, giovane americano (un po’ borderline, per la verità) che passa le sue estati in Alaska osservando i grizzly e girando ore e ore di filmati per dimostrare che gli orsi non rappresentano un pericolo per gli uomini, ma anzi sono minacciati da essi. Purtroppo, dopo 13 anni di vita nel Grande Nord, nel 2003 il protagonista verrà sbranato insieme alla sua fidanzata proprio da un orso. Il messaggio di Herzog che ha preso visione dell’immensa quantità di filmati di Treadwell e li ha montati raccontandone la storia con la propria voce fuoricampo, è che la natura in fondo è cattiva e la convivenza tra uomini e animali è fondata su una lotta a tutto campo. Non a caso, l’orso che si è macchiato del delitto verrà ucciso a sua volta dagli amici di Treadwell.

In risposta a Herzog, al Trento Film Festival è stato presentato un altro documentario sui grizzly che racconta le vicende di un altro personaggio curioso che passa il suo tempo a stretto contatto con i feroci animali. Il film si apre con alcune statistiche: negli ultimi 100 anni, 200.000 orsi sono stati ammazzati dall’uomo, contro 91 esseri umani uccisi dagli orsi. Il titolo è The edge of eden – Living with the bears di Jeff e Sue Turner e racconta un’estate passata in Siberia da Charlie Russell, etologo canadese, che ogni anno acquista una coppia di cuccioli d’orso catturati dai bracconieri, per rieducarli alla vita libera nelle alture della Kamchatka. È una sorta di surrogato di madre per queste palle di pelo: insegna loro a giocare, a pescare salmoni, a diffidare dai maschi adulti che li vorrebbero uccidere; ma sempre assecondando il loro istinto innato. E nel frattempo li nutre in modo che possano accumulare abbastanza grasso per sopravvivere a un lungo inverno in letargo. Nel film, ben presto riceve la visita dei due cuccioli allevati l’estate precedente che non sono ancora pienamente indipendenti e tornano di tanto in tanto per approfittare delle premure del loro “mammo”.
L’unica forma di autodifesa adottata da Russell è lo spray al pepe. La sua idea è che al massimo gli orsi possono essere aggressivi, mai feroci. Per ora non è ancora stato sbranato come Treadwell; forse non lo sarà mai. Una convivenza tra uomini e grizzly è possibile? Per alcuni sì, per altri no.

Nelle foto: Charlie Russell con i suoi "cuccioli"

giovedì 24 aprile 2008

AL TRENO, AL TRENO!


Oggi turba il sonno dei bambini sotto forma di incubo notturno, ma.fino a cento anni fa teneva desti i pastori costretti a difendere le pecore dai suoi attacchi al buio. Veniva inseguito, braccato, catturato e ucciso perché rubava bestiame e selvaggina alle povere popolazioni che su allevamento e caccia fondavano la propria sussistenza. Risale probabilmente ai primi del ‘900 la scomparsa definitiva del lupo dalle Alpi. Ma verso la fine degli anni ’90 è tornato, dopo una lunga pellegrinazione dall’Abruzzo dove erano rimaste alcune enclave del canide. Un branco si è stabilizzato tra i monti dell’Alta Valsusa e la sua presenza è stata confermata da numerosi avvistamenti avvenuti negli anni, da diverse denunce di pastori a cui sono state uccise delle pecore e, purtroppo dal ritrovamento di vari cadaveri uccisi da morte accidentale oppure da bracconaggio.
Il ritorno del lupo non può che essere una buona notizia per la salute delle montagne. Significa che il suo habitat è ancora sostanzialmente preservato e che lo sviluppo delle attività umane non ostacola più di tanto gli equilibri naturali. Oltretutto è stupefacente come questo ampio nucleo sia andato a occupare proprio la Valle di Susa, una delle zone alpine più impattate, dove tra impianti da sci, strutture turistiche e infrastrutture per la viabilità sembra che rimanga poco spazio per la wilderness. Ma forse anche per questo, se l’antropizzazione è condensata in certe aree – per la verità molto ampie – ci sono spazi completamente abbandonati e selvaggi dove i lupi trovano privacy e selvaggina per soddisfare le proprie necessità e per sostenere un branco piuttosto nutrito.
Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia. Intanto le comunità di lupi sono talmente esigue da non scongiurare completamente un nuovo rischio estinzione. Sono ancora troppi quelli che muoiono investiti da treni e automobili (la principale causa di mortalità) e quelli che vengono uccisi da pastori e bracconieri. Per venire all’attualità, nei giorni scorsi un lupo morto (nella foto) è stato trovato in una galleria ferroviaria in Alta Valsusa, sicuramente investito da un treno. E lo scorso autunno un altro cadavere era stato trovato nella zona, quella volta ucciso da un bracconiere.
Probabilmente i pastori non saranno d’accordo, ma è davvero triste vedere l’immagine qui sopra. È una questione di percezione: il lupo è l’animale sociale che caccia e vive in branco, che meglio rappresenta l’intelligenza e la simpatia. Anche solidale, materno; basta leggere il Libro della Giungla, oppure rispolverare la leggenda di Romolo e Remo allevati dalla lupa. Il ritorno sulle montagne ce lo mostra nella sua immagine più indifesa di fronte ai soprusi dell’essere umano perpetrati ai danni dell’ambiente.
Chi alleva pecore probabilmente ha sensazioni diverse, anche se riceve un indennizzo per ogni capo ucciso dal lupo. I pastori sono costretti a trovare nuove soluzioni pratiche, a riorganizzare il lavoro; se prima gli alpeggi si sorvegliavano ogni qualche giorno, oggi vanno controllati 24 ore su 24. Però, sapere che le valli sono abitate dai lupi è una ricchezza incalcolabile sia per la nostra fantasia, sia per il benessere dell’ambiente. La legge della natura si è invertita: il predatore è diventato vittima. Ma l’animale che rappresenta il principale pericolo per tutti è dotato di intelligenza e pietà. Riuscirà a esercitare queste doti?

giovedì 20 marzo 2008

UN RENDEZ-VOUS NEL WEB

Oggi ci caliamo nelle terre basse; dall’universo di cristallo al mondo di polvere, dove si crepa di caldo e non è ancora estate; noi che ci lamentiamo degli inverni non più freddi. Andremo fuori tema per mostrare altre sfaccettature della vita.
È la storia di un’avventura da cui sono nate tante storie che si sono separate, poi di nuovo intrecciate, poi ancora divise. Al momento una sottile ragnatela unisce l’Alto Mondo, il Plat Pays e il Continente Nero.
Bisogna risalire all’incontro primigenio sette anni fa in un fumoso appartamento di Bruxelles dove la birra fluiva copiosa e non mancavano mai buon umore e piatti da lavare. Dopodiché, non ci si perse di vista grazie a una lunga serie di ritrovi (casuali o guidati dal destino?) che hanno scandito il passare del tempo; anche se ogni volta sembra che nulla sia cambiato. Da Bruxelles qualcuno è tornato; altri sono partiti per luoghi disparati: Bologna, Parigi, Madrid, Benin, India, Burkina Faso. E ogni trasferta intervallata da nuove riunioni: Bruxelles (sempre e comunque), Torino (diverse volte), Bologna, Liguria, Stoccolma, Dolomiti, Alpi Provenzali.
Ora le strade sono tornate a incrociarsi, realmente e virtualmente, in una splendida isola che non c’è. Un luogo lontano ma vicino, etereo ma concreto, ci ha accolti e riportati insieme. I padroni di casa sono una funzionaria della Croce Rossa e un videogiornalista (entrambi provenienti da quel piccolo paese al centro d’Europa) che si sono trasferiti in Burkina Faso dove hanno messo in piedi un ricchissimo diario di bordo in cui raccontano le esperienze, le emozioni, le sensazioni e la vita in un ambiente così diverso, nuovo e affascinante. Hanno ospitato fisicamente gli altri protagonisti della storia; l’Alto Mondo li ha visitati sottoforma di bit.
Nessuno può dire dove si rivedranno ancora ma i suggerimenti sono bene accetti.
http://elofasojo.blogspot.com/
Fotocomposizione di Jo au Faso

venerdì 29 febbraio 2008

THE GRATEFUL DEAD


ONE MORE SATURDAY NIGHT


Went down to the mountain, I was drinkin' some wine,

Looked up in the heavens lord I saw a mighty sign,

Written fire across the heaven, plain as black and white;

Get prepared, theres gonna be a party tonight.

Uhuh, hey! saturday night!

Yeh, uhuh one more saturday night,

Hey saturday night!

giovedì 28 febbraio 2008

ONE MORE SATURDAY NIGHT



Siamo in un pub a notte inoltrata. Ricordando i bei momenti passati nell’arco di questa lunga serata di evasione, qualcuno propone il brindisi: «Mille serate come questa!» Le pinte si alzano al cielo in un tintinnare di vetri. Era intorno al tramonto quando siamo partiti, in macchina, dalla grande città. Un viaggio suburbano attraverso periferie, rotonde e villette a schiera. Niente autostrade; eravamo diretti verso un luogo vicino ma dimenticato, la vera culla dello sci, di cui molti sciatori sparati a 130 all’ora verso distanti mega-stazioni nemmeno conoscono l’esistenza.

La storia (con la “s” minuscola) narra che qui, nel lontano 1897, si svolse la prima gita con sci. L’iniziativa era partita da un ingegnere svizzero, il mitico Adolfo Kind, giunto a Torino per aprire una fabbrica di lucignoli in riva al Po. Costui, appassionato di montagna, aveva iniziato a esercitarsi sui prati innevati del parco del Valentino nell’uso di due strani oggetti di legno che mai prima di allora si erano visti in Italia: gli sci che Kind si era fatto mandare appositamente dalla Norvegia. Dopo le prime esercitazioni in città e sulla collina torinese (evidentemente allora nevicava più di adesso), era venuto il momento di ampliare il raggio delle escursioni e di provare gli attrezzi per la prima volta in montagna. La scelta cadde sulla Val Sangone per la vicinanza e soprattutto perché all’epoca c’era un trenino per pendolari che da Via Sacchi, all’angolo con Corso Sommeiller, portava fino a Giaveno. Da lì, bastavano pochi passi per uscire dal paese e raggiungere il Pra Fieul, alle pendici della Punta dell’Aquila, dove dislivelli e pendii consentivano salite, curve e discese più evolute di quanto si potesse fare a Torino.
In seguito, con l’avvento dell’automobile i campi da gioco degli sciatori torinesi si estesero notevolmente, ma l’Aquila restò sempre uno dei luoghi più battuti. La base delle gite si spostò verso l’alto fino alla frazione di Maddalene (741 m.), comodamente raggiungibile dalle ruote gommate, il che accorciava notevolmente la salita fino ai 2155 m. della vetta. Era ancora l’epoca delle pelli di foca, ma foca vera, per le classi più agiate e delle strisce di juta legate sotto gli sci per i meno abbienti.
Negli anni ’60 lo sviluppo del turismo invernale subì una drastica accelerazione anche in questa valle minore. Venne l’epoca dello sci su pista; il divertimento della discesa da cui si estirpava la fatica della salita sfrattando verso altre zone quelli che da allora in poi vennero definiti scialpinisti. Più in alto delle Maddalene, all’Alpe Colombino (1261 m.), furono costruite delle moderne infrastrutture sciistiche: un mega-albergo (per i parametri della Val Sangone), skilift baby e avveniristica seggiovia che portava alla Punta delle Lese (1857 m.) prima di quella serie di lunghi pianori e brevi pendii che conducono in punta all’Aquila. Viene da chiedersi se sia stata la diminuzione delle nevicate e l’aumento delle temperature a costringere gli sciatori a salire più in alto con la macchina, oppure se sia stato l’utilizzo delle automobili a causare l’innalzamento del limite delle nevi. In ogni caso siamo entrati in un circolo vizioso.

È già buio quando raggiungiamo il parcheggio davanti all’albergo, prima e unica costruzione moderna incombente sul fondovalle sottostante. Una baracca di legno porta ancora l’insegna “Sci Club Val Sangone”. Da una parte si intravede la pista del baby; poco più in là parte la strada innevata che imbocchiamo diretti verso l’alto. La luna non è ancora sorta, ma le luci dell’albergo ci guidano lungo i tornanti sulla neve dura e ghiacciata. Ben presto raggiungiamo la dorsale che, seguita da un traverso pianeggiante, ci conduce all’ampio anfiteatro sotto la punta delle Lese. Intanto la luna si è alzata e illumina i tralicci della seggiovia, punti di una linea immaginaria che percorre la massima pendenza del pendio. La fioca luminosità getta una luce sinistra sull’intero vallone. Le strutture metalliche sono arrugginite a causa del disuso, in alto sorge la stazione di arrivo completamente in abbandono. Abbiamo attraversato in macchina le periferie dell’era post-industriale, qui ci aspetta un panorama da epoca post-turistica. Dopo alcuni inverni avari di neve e a causa dello sviluppo vorticoso di comprensori sciistici “griffati” nelle più ampie valli circostanti, la piccola stazione fu costretta a chiudere. Ora le pendici della Punta dell’Aquila sono tornati a essere terreno adatto a scialpinisti e ciaspolatori che non temono la fatica della salita. È anche consigliato forti di spirito per non deprimersi di fronte a questo scempio. Quasi quasi è meglio venire di notte.
Proseguiamo oltre l’arrivo della seggiovia; nell’ultimo tratto si percorre una piccola crestina affilata che conduce alla croce. Dagli zaini spuntano buoni panini, bottiglie di vino e un panettone fuori stagione. Ora la luna è alta nel cielo e ci illuminerà la discesa verso valle che si concluderà al bar The Big Ben. A modo nostro abbiamo vissuto un sabato sera all’insegna dell’evasione prima di tornare nel mondo che ci appartiene, fatto di pub inglesi e centri commerciali.
Le splendide foto di Cikus su

martedì 12 febbraio 2008

PRIMO LEVI INTO THE WILD



In effetti la carne dell’orso con il film di Sean Penn c’entra eccome.
Scorrevano i titoli di coda e le emozioni sprigionate dalle immagini, miste al sonno causato dalla tarda ora, mi avevano lasciato inerte sulla poltrona del cinema con gli occhi ancora fissi sullo schermo. Le scritte passavano rapide, ma – ne sono sicuro – le parole “P. Levi” e “Bear meat” io le ho lette. È stato un passaggio fulmineo e inconscio, direttamente dalla retina alla memoria, senza passare per la consapevolezza razionale.
La carne dell’orso è un argomento topico nel racconto Ferro di Primo Levi contenuto ne La tavola periodica. Si tratta di quelle esperienze forti e “estreme” in cui ci cacciamo quando la forza e la baldanza della giovane età ci spingono più possibile verso i nostri limiti. Nello specifico, i due protagonisti della storia calcolano male i tempi di una scalata in montagna e si ritrovano a dover bivaccare sulle rive di un laghetto gelato.
«Arrivammo in cima alle cinque, io tirando l’ala da far pena, Sandro in preda ad un’ilarità sinistra, che io trovavo irritante.
- E per scendere?
- Per scendere vedremo, - rispose; ed aggiunse misteriosamente: - il peggio che ci possa capitare è di assaggiare la carne dell’orso -. Bene, la gustammo, la carne dell’orso, nel corso di quella notte, che trovammo lunga».
Il ferro è Sandro, compagno di Università di Primo: «…era legato al ferro da una parentela antica: i padri dei suoi padri, mi raccontò, erano stati calderai e fabbri… D’inverno, quando gli attaccava secco, legava gli sci alla bicicletta rugginosa, partiva di buon’ora, e pedalava fino alla neve, senza soldi, con un carciofo in tasca e l’altra piena d’insalata: tornava poi a sera, o anche il giorno dopo, dormendo nei fienili, e più tormenta e fame aveva patito, più era contento e meglio stava di salute».
Il fatto che nel film Into the wild sia citato questo racconto mi appariva assolutamente in linea con la storia di Christopher McCandless che, per il desiderio di avventura e libertà, era morto, solo, in uno scuolabus abbandonato nelle terre selvagge dell’Alaska, dopo due anni di vagabondaggio per l’America. Non restava che indagare su come la carne dell’orso sia arrivata ad Alexander Supertramp.
Nel libro di Jon Krakauer, da cui è tratto il film, che ricostruisce in maniera minuziosa l’intera storia, Primo Levi non è citato. La ricerca si fa più complicata, ma google corre in soccorso dei curiosi. Si scopre che Bear meat è proprio il titolo di un racconto pubblicato nel periodico culturale The Newyorker nel gennaio 2007 e uscito nella raccolta di testi di Levi A tranquil star, edita negli Stati Uniti nello stesso periodo.
Possiamo solo supporre (ma è bello pensare che sia così) che Sean Penn abbia letto il racconto mentre già lavorava al film, e ne sia rimasto così affascinato da volerne inserire una citazione. Solo la sensibilità di certi uomini può dare a una storia quell’inesauribile forza che la rende attuale in ogni tempo e in ogni luogo. Sono gli esili fili dell’immaginazione e i sottili legami della fantasia che portano da Primo Levi a Sean Penn, da Sandro a Christopher McCandless.
«Era questa, la carne dell’orso: ed ora, che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino».

Primo Levi, Il sistema periodico, Einaudi 1975
Jon Krakauer, Nelle terre estreme, Corbaccio 1998
P. Levi, Ferro, in Racconti di montagna a cura di Davide Longo, Einaudi 2007