venerdì 29 febbraio 2008

THE GRATEFUL DEAD


ONE MORE SATURDAY NIGHT


Went down to the mountain, I was drinkin' some wine,

Looked up in the heavens lord I saw a mighty sign,

Written fire across the heaven, plain as black and white;

Get prepared, theres gonna be a party tonight.

Uhuh, hey! saturday night!

Yeh, uhuh one more saturday night,

Hey saturday night!

giovedì 28 febbraio 2008

ONE MORE SATURDAY NIGHT



Siamo in un pub a notte inoltrata. Ricordando i bei momenti passati nell’arco di questa lunga serata di evasione, qualcuno propone il brindisi: «Mille serate come questa!» Le pinte si alzano al cielo in un tintinnare di vetri. Era intorno al tramonto quando siamo partiti, in macchina, dalla grande città. Un viaggio suburbano attraverso periferie, rotonde e villette a schiera. Niente autostrade; eravamo diretti verso un luogo vicino ma dimenticato, la vera culla dello sci, di cui molti sciatori sparati a 130 all’ora verso distanti mega-stazioni nemmeno conoscono l’esistenza.

La storia (con la “s” minuscola) narra che qui, nel lontano 1897, si svolse la prima gita con sci. L’iniziativa era partita da un ingegnere svizzero, il mitico Adolfo Kind, giunto a Torino per aprire una fabbrica di lucignoli in riva al Po. Costui, appassionato di montagna, aveva iniziato a esercitarsi sui prati innevati del parco del Valentino nell’uso di due strani oggetti di legno che mai prima di allora si erano visti in Italia: gli sci che Kind si era fatto mandare appositamente dalla Norvegia. Dopo le prime esercitazioni in città e sulla collina torinese (evidentemente allora nevicava più di adesso), era venuto il momento di ampliare il raggio delle escursioni e di provare gli attrezzi per la prima volta in montagna. La scelta cadde sulla Val Sangone per la vicinanza e soprattutto perché all’epoca c’era un trenino per pendolari che da Via Sacchi, all’angolo con Corso Sommeiller, portava fino a Giaveno. Da lì, bastavano pochi passi per uscire dal paese e raggiungere il Pra Fieul, alle pendici della Punta dell’Aquila, dove dislivelli e pendii consentivano salite, curve e discese più evolute di quanto si potesse fare a Torino.
In seguito, con l’avvento dell’automobile i campi da gioco degli sciatori torinesi si estesero notevolmente, ma l’Aquila restò sempre uno dei luoghi più battuti. La base delle gite si spostò verso l’alto fino alla frazione di Maddalene (741 m.), comodamente raggiungibile dalle ruote gommate, il che accorciava notevolmente la salita fino ai 2155 m. della vetta. Era ancora l’epoca delle pelli di foca, ma foca vera, per le classi più agiate e delle strisce di juta legate sotto gli sci per i meno abbienti.
Negli anni ’60 lo sviluppo del turismo invernale subì una drastica accelerazione anche in questa valle minore. Venne l’epoca dello sci su pista; il divertimento della discesa da cui si estirpava la fatica della salita sfrattando verso altre zone quelli che da allora in poi vennero definiti scialpinisti. Più in alto delle Maddalene, all’Alpe Colombino (1261 m.), furono costruite delle moderne infrastrutture sciistiche: un mega-albergo (per i parametri della Val Sangone), skilift baby e avveniristica seggiovia che portava alla Punta delle Lese (1857 m.) prima di quella serie di lunghi pianori e brevi pendii che conducono in punta all’Aquila. Viene da chiedersi se sia stata la diminuzione delle nevicate e l’aumento delle temperature a costringere gli sciatori a salire più in alto con la macchina, oppure se sia stato l’utilizzo delle automobili a causare l’innalzamento del limite delle nevi. In ogni caso siamo entrati in un circolo vizioso.

È già buio quando raggiungiamo il parcheggio davanti all’albergo, prima e unica costruzione moderna incombente sul fondovalle sottostante. Una baracca di legno porta ancora l’insegna “Sci Club Val Sangone”. Da una parte si intravede la pista del baby; poco più in là parte la strada innevata che imbocchiamo diretti verso l’alto. La luna non è ancora sorta, ma le luci dell’albergo ci guidano lungo i tornanti sulla neve dura e ghiacciata. Ben presto raggiungiamo la dorsale che, seguita da un traverso pianeggiante, ci conduce all’ampio anfiteatro sotto la punta delle Lese. Intanto la luna si è alzata e illumina i tralicci della seggiovia, punti di una linea immaginaria che percorre la massima pendenza del pendio. La fioca luminosità getta una luce sinistra sull’intero vallone. Le strutture metalliche sono arrugginite a causa del disuso, in alto sorge la stazione di arrivo completamente in abbandono. Abbiamo attraversato in macchina le periferie dell’era post-industriale, qui ci aspetta un panorama da epoca post-turistica. Dopo alcuni inverni avari di neve e a causa dello sviluppo vorticoso di comprensori sciistici “griffati” nelle più ampie valli circostanti, la piccola stazione fu costretta a chiudere. Ora le pendici della Punta dell’Aquila sono tornati a essere terreno adatto a scialpinisti e ciaspolatori che non temono la fatica della salita. È anche consigliato forti di spirito per non deprimersi di fronte a questo scempio. Quasi quasi è meglio venire di notte.
Proseguiamo oltre l’arrivo della seggiovia; nell’ultimo tratto si percorre una piccola crestina affilata che conduce alla croce. Dagli zaini spuntano buoni panini, bottiglie di vino e un panettone fuori stagione. Ora la luna è alta nel cielo e ci illuminerà la discesa verso valle che si concluderà al bar The Big Ben. A modo nostro abbiamo vissuto un sabato sera all’insegna dell’evasione prima di tornare nel mondo che ci appartiene, fatto di pub inglesi e centri commerciali.
Le splendide foto di Cikus su

martedì 12 febbraio 2008

PRIMO LEVI INTO THE WILD



In effetti la carne dell’orso con il film di Sean Penn c’entra eccome.
Scorrevano i titoli di coda e le emozioni sprigionate dalle immagini, miste al sonno causato dalla tarda ora, mi avevano lasciato inerte sulla poltrona del cinema con gli occhi ancora fissi sullo schermo. Le scritte passavano rapide, ma – ne sono sicuro – le parole “P. Levi” e “Bear meat” io le ho lette. È stato un passaggio fulmineo e inconscio, direttamente dalla retina alla memoria, senza passare per la consapevolezza razionale.
La carne dell’orso è un argomento topico nel racconto Ferro di Primo Levi contenuto ne La tavola periodica. Si tratta di quelle esperienze forti e “estreme” in cui ci cacciamo quando la forza e la baldanza della giovane età ci spingono più possibile verso i nostri limiti. Nello specifico, i due protagonisti della storia calcolano male i tempi di una scalata in montagna e si ritrovano a dover bivaccare sulle rive di un laghetto gelato.
«Arrivammo in cima alle cinque, io tirando l’ala da far pena, Sandro in preda ad un’ilarità sinistra, che io trovavo irritante.
- E per scendere?
- Per scendere vedremo, - rispose; ed aggiunse misteriosamente: - il peggio che ci possa capitare è di assaggiare la carne dell’orso -. Bene, la gustammo, la carne dell’orso, nel corso di quella notte, che trovammo lunga».
Il ferro è Sandro, compagno di Università di Primo: «…era legato al ferro da una parentela antica: i padri dei suoi padri, mi raccontò, erano stati calderai e fabbri… D’inverno, quando gli attaccava secco, legava gli sci alla bicicletta rugginosa, partiva di buon’ora, e pedalava fino alla neve, senza soldi, con un carciofo in tasca e l’altra piena d’insalata: tornava poi a sera, o anche il giorno dopo, dormendo nei fienili, e più tormenta e fame aveva patito, più era contento e meglio stava di salute».
Il fatto che nel film Into the wild sia citato questo racconto mi appariva assolutamente in linea con la storia di Christopher McCandless che, per il desiderio di avventura e libertà, era morto, solo, in uno scuolabus abbandonato nelle terre selvagge dell’Alaska, dopo due anni di vagabondaggio per l’America. Non restava che indagare su come la carne dell’orso sia arrivata ad Alexander Supertramp.
Nel libro di Jon Krakauer, da cui è tratto il film, che ricostruisce in maniera minuziosa l’intera storia, Primo Levi non è citato. La ricerca si fa più complicata, ma google corre in soccorso dei curiosi. Si scopre che Bear meat è proprio il titolo di un racconto pubblicato nel periodico culturale The Newyorker nel gennaio 2007 e uscito nella raccolta di testi di Levi A tranquil star, edita negli Stati Uniti nello stesso periodo.
Possiamo solo supporre (ma è bello pensare che sia così) che Sean Penn abbia letto il racconto mentre già lavorava al film, e ne sia rimasto così affascinato da volerne inserire una citazione. Solo la sensibilità di certi uomini può dare a una storia quell’inesauribile forza che la rende attuale in ogni tempo e in ogni luogo. Sono gli esili fili dell’immaginazione e i sottili legami della fantasia che portano da Primo Levi a Sean Penn, da Sandro a Christopher McCandless.
«Era questa, la carne dell’orso: ed ora, che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino».

Primo Levi, Il sistema periodico, Einaudi 1975
Jon Krakauer, Nelle terre estreme, Corbaccio 1998
P. Levi, Ferro, in Racconti di montagna a cura di Davide Longo, Einaudi 2007