mercoledì 8 ottobre 2008

DIARI DELL'ALTRO MONDO 5


Sensazioni
Chi viene privato di un senso è naturalmente portato ad affinare gli altri quattro. Quando scende la sera, veniamo sprovvisti della vista; non ci sono luci, lampioni, lampadine o neon a rischiarare la notte. È buio, negli occhi il nulla più nero, ma il mondo è comunque lì e non resta che percepirlo in altri modi.
Il giorno scompare rapidamente appena il sole è tramontato e porta con sé la calura più soffocante. La vita qui non è stressante ma estremamente faticosa, soprattutto nel fisico e nello stomaco. Con l’arrivo delle tenebre la realtà esterna giunge filtrata da un velo di oblio e il corpo viene pervaso da una languida sensazione di abbandono e distensione. La diminuzione dell’afa stimola subito l’appetito.
Cenando alla fioca luce di una lampada a olio, non resta che fiutare e assaporare il contenuto del piatto. Senza vedere in dettaglio tutto ciò che entra in bocca si apprezza di più. Certo la varietà degli ingredienti lascia un po’ a desiderare, ma le spezie esotiche danno un gusto originale al pasto. E poi, qui tutti mangiano principalmente per sfamarsi; le pietanze elaborate appartengono alla cultura dell’opulenza.
Nel frattempo la vita rallenta. Gli stimoli minori che di giorno sono soltanto un complemento alla vista ora diventano i protagonisti e la mente viene invasa da quei suoni a cui normalmente non si fa caso. L’orecchio riposato dall’inquinamento rumoroso del traffico viene solleticato dai timbri e dai ritmi della natura. Fumando l’ultima sigaretta, la brezza solleva un leggero fruscio tra le foglie del baobab che ci sovrasta.
Saliamo sul tetto piatto della capanna di fango su cui è posato un materasso riparato dalla zanzariera che ci proteggerà lasciando spazio all’arietta libera di circolare e di accarezzarci la pelle provata dal caldo diurno. In alto aumenta il raggio d’azione dell’udito. Nel cortile di fianco una capretta bela, poco più in là risponde il raglio dell’asino. Da una pozzanghera si diffonde un sottofondo di rane che gracchieranno per tutta la notte. L’ultimo suono prima di addormentarci come sassi è il ronzio delle zanzare bloccate dal sottile velo traforato.
Il risveglio è graduale, il sole si sta alzando, ma la luce è già forte; gli occhi non riescono ad aprirsi, verrebbero abbagliati. Il mondo riprende lentamente forma attraverso le orecchie. Un gallo canta già da un pezzo ma ogni volta si sente un po’ più forte. I versi dell’asino e delle capre ci aiutano a ricordare dove siamo. Rispetto a ieri sera ci sono suoni nuovi di cui lentamente si prende coscienza nel dormiveglia. Intorno alla capanna un gran vociare prodotto dal viavai di uomini e ragazzi/bambini in partenza per i campi e di donne e ragazze/bambine dirette al pozzo con le bacinelle in equilibrio sulla testa. Ciacolano allegramente nonostante l’ora e la lunga giornata che li attende. Un neonato piange, un cane abbaia.
Dal cortile arriva musica, percussioni ritmate che alternano suoni sordi con altri più acuti in quello che sembra un concerto di percussioni. Sono le custodi del focolare che già di primo mattino attaccano a macinare il miglio in cerchio al centro dello spiazzo. Battono i lunghi bastoni arrotondati alle estremità nella grossa ciotola di legno riempita di piccoli semi (tonfo) e, sollevando il grosso pestello, picchiano il bordo dell’ampio mortaio (colpo). Donne di tutte le età, con utensili di dimensioni diverse, pestando qualche manciata di farina ciascuna con il suo ritmo ben sincronizzato con le altre, ricavano una splendida melodia per far passare le fatiche della vita quotidiana.
Non ci resta che svegliarci del tutto. Se l’assenza di vista coniuga il riposo, ora la luce proietta negli occhi sforzi immani per una risicata esistenza.

martedì 23 settembre 2008

DIARI DELL'ALTRO MONDO 4

Dialoghi in pillole
MEGLIO
- «Fino a una generazione fa, le case sulla falesia erano abitate. Ora costruiamo i villaggi più in basso, dove inizia la pianura.»
- «Perché vi siete spostati?»
- «Perché siamo più numerosi, e su in alto non c’era abbastanza spazio per tutti.»
- «Per quale motivo siete più numerosi?»
- «Perché ora si sta meglio.»
Intorno a me vedo solo case di fango, campi sabbiosi coltivati a miglio e un pozzo dove le donne fanno la coda per prelevare l’acqua da bere. Chissà com’era quando si stava peggio!

TEMPO
Da queste parti è sempre meglio prenotare i pasti con largo anticipo. Uscendo, ‘sta mattina, abbiamo ordinato un piatto di riso bianco per il mio stomaco e spiedini d’agnello e patatine fritte per quello ben più robusto di Joffrey.
Torniamo verso l’una e ci accomodiamo a un tavolino ombreggiato sotto un’incannucciata improvvisata. Inizia l’attesa.
Dopo un po’ passa il cameriere.
- «Tra quanto tempo pensi che potremo mangiare?»
- (Come se la cosa fosse ovvia, in effetti lo è, ci risponde senza alcun tono polemico) «Quando sarà pronto.»
- (La risposta non ci soddisfa, troppo vaga) «E sarà pronto verso che ora?»
- «Mah, verso mezzogiorno.»
- «Guarda che è già l’una e mezza!»
- «Ah, ça va
Dopo un quarto d’ora arriva la pappa.

GUERRA DI RELIGIONE
- «Bouba, tu sei musulmano, cristiano o animista?»
- «Tutt’e tre, così posso celebrare le feste di ciascuna religione!»

RICICLO
- «Che vernice usi sulle statue per renderle così lucide e nere?»
- «L’olio esausto della macchina.»

AMICIZIA
Altro viaggio in taxi-brousse. Inizio a chiacchierare con il ragazzo seduto di fianco a me: un ottimo modo per far passare più in fretta il tempo e per alleviare le sofferenze dovute al fatto di trovarsi in un bagno di sudore, schiacciati in un furgone iperaffollato e seduti sulla ruota di scorta.
Ah, sei italiano-Juventus-Momò Sissoko!
Nemmeno lo sapevo che nella squadra della mia città c'è un giocatore del Mali.
Il mio interlocutore è un tuareg di Timbuctù, vende gioielli di argento-patacca e si ostina a piazzarmene uno, ovviamente. Ci si sente sempre un po’ a disagio di fronte a tanta insistenza. Gli spieghi che sono molto belli, che lo ringrazi dell’offerta. Ti risponde abbattendo il prezzo della metà. Gli dici che non è una questione di valore, ma che proprio non ne hai bisogno. Ti incalza con un “te lo regalo” per farti sentire ancora più in colpa. Ma alla fine riesco a tenere duro nonostante discorsi del tipo “voi in Europa siete ricchi”.
Comunque, dopo il mercanteggiare continuiamo a parlare un po’ del più e del meno quando a un certo punto mi dice:
- «Ora che siamo diventati amici, dammi il tuo numero di telefono così, dopo che sarai tornato a casa, potremo restare in contatto, sentirci per telefono, darci notizie l’uno dell’altro e proseguire la nostra amicizia. E poi ti potrò venire a trovare e tu mi aiuterai a trovare un lavoro in Italia.»
Io sono piemontese e da noi non si diventa amici, così, su due piedi. Però in Africa l’ospitalità è sacra… La mia intransigente educazione subalpina mi obbliga a dargli il numero. So già che al mio ritorno riceverò una telefonata dal Mali.

venerdì 12 settembre 2008

DIARI DELL'ALTRO MONDO 3




Il semplice e il complicato
Ovvero l’Alto nell’Altro Mondo
Pays Dogon, Mali. Una falesia lunga circa 200 chilometri e alta oltre 150 metri taglia il sahel subsahariano in direzione sudest-nordovest. La roccia è un’arenaria molto solida di un vivo colore rosso, giallo e ocra. Ma l’aspetto che a noi interessa di più sono i panorami culturali e umani. Ai piedi della parete si sono alternate due etnie che hanno trasformato l’ambiente a seconda delle loro esigenze di vita.
I Telem costruivano le case di fango nelle fenditure su, in alto sulla falesia. Vi salivano grazie alla fitta vegetazione e alle spesse liane che a quell’epoca colonizzavano le ripide pareti. Erano “pigmei” o cacciatori/raccoglitori, vivevano in simbiosi con la foresta e da essa traevano nutrimento e protezione dagli altri popoli circostanti.
Ma intorno al tredicesimo secolo una catena di flussi migratori proveniente da ovest portò nella zona una nuova popolazione di agricoltori: i Dogon. Trovarono nella regione un ambiente favorevole e vi si insediarono costruendo le loro capanne in mattoni di fango proprio ai piedi della parete. Non erano sufficientemente abili da arrampicarsi sulla roccia come i Telem, ma potevano approfittare della posizione rialzata rispetto alla pianura circostante per dominare il territorio e per avvistare con largo anticipo eventuali invasioni di nemici. Il loro stile di vita ovviamente non si adattava alla fitta vegetazione per cui iniziarono una grandiosa opera di disboscamento ricavando terra coltivabile e trasformando l’ecosistema in brousse, come ancora vediamo oggi. I poveri Telem si trovarono costretti a migrare verso sud seguendo la foresta in rapida ritirata.

La civiltà Dogon si poté radicare indisturbata lungo l’intera falesia. Nacquero veri e propri villaggi, letteralmente appoggiati alla roccia. Alcuni sono ancora abitati, ma la maggior parte, nelle ultime generazioni, sono stati spostati nella piana dove c’è più spazio per ospitare le popolazioni in rapida espansione demografica: ormai il pericolo di guerre è quasi scongiurato, anche se povertà e fame continuano a funestare l’esistenza di queste (nonostante tutto) allegre e spensierate genti. Le case abbandonate, grazie alla protezione dalle intemperie offerta dagli strapiombi, si possono ancora visitare e, anzi, sono una frequentata meta turistica soprattutto dopo che l’Unesco ne ha fatto un Patrimonio dell’Umanità. Più in alto, ancora spuntano qui e là le capanne dei Telem, ormai irraggiungibili. La zona, oltre a essere meta di moderne migrazioni di turisti e viaggiatori, di antropologi, geologi, volontari e cooperanti occidentali, ha iniziato a far gola a una nuova razza: l’homo rampicans.
Alla fine degli anni ’80 la forte scalatrice francese Catherine Destivelle vi si recò per aprire nuove vie sulla splendida roccia esotica del Mali. La nostra guida Bouba Guindo all’epoca era un ragazzino; ci racconta di essere stato assoldato per aiutare la bella Catherine a trasportare la pesante attrezzatura da roccia. Mentre gli rispondo che anche io sono uno scalatore (ben più scarso della mia cugina transalpina), noto che Bouba si fa più pensoso. Dopo un istante di silenzio, sente l’urgenza di esprimermi candidamente un suo dubbio: «Ero lì sotto che guardavo Catherine procedere con difficoltà e fatica lungo la parete. E pensavo che se fossi stato nei suoi panni sarei passato qualche metro più a destra dove mi sembrava molto più facile.»
Sono disarmato di fronte al suo lucido ragionamento. Questo è un vero scontro tra culture: l’innocente ingenuità africana vs l’artefatta sofisticatezza occidentale. Per spiegargli tutta la questione con completezza dovrei iniziare con l’ascesa al Mont Ventoux di Petrarca, proseguire con la salita al Monte Bianco di De Saussure, poi Whymper e Carrel, gli ultimi tre problemi delle Alpi, il sesto grado e il suo superamento, la corsa agli ottomila, il Cerro Torre, gli americani di Yosemite e il nostrano Nuovo Mattino. E ancora il free climbing, il boulder e le palestre al chiuso. Più semplicemente gli spiego che lo scopo della Destivelle era proprio quello di individuare e percorrere la via più difficile per raggiungere la cima.
Contenta lei.

lunedì 8 settembre 2008

DIARI DELL'ALTRO MONDO 2

Giretto in moto
Ouagadougou è la città delle due ruote. Qui nel lontano ’59 fu organizzata la prima edizione del Tour du Burkina Faso (allora Alto Volta) a cui partecipò addirittura Fausto Coppi che vi contrasse la malaria e poi la morte alcune settimane dopo. E a quasi cinquant’anni di distanza, le strade asfaltate (poche) e di sabbia rossa (la maggior parte) sono ancora solcate da migliaia di biciclette senza freni anche se, dai tempi del Campionissimo sono apparsi i motorini scoppiettanti e sfumacchianti.
Mi ritrovo a cavallo dello Yamaha 80cc. di Joffrey, immerso in questo fiume trafficato di rottami lungo la stretta carreggiata laterale riservata ai bicicli di ogni genere. È un’esperienza estrema per chi è qui da appena due giorni, ma purtroppo non ho scelta. Domani partiamo per il Mali, non ho ancora il visto e Jo è impegnato al lavoro tutto il giorno. Su un foglietto di carta mi ha scarabocchiato un abbozzo di piantina che mi dovrebbe condurre all’ambasciata; pacca sulla spalla, bonne chance! e mi ritrovo solo in una capitale africana ignota, a bordo di un motorino a tre marce con la ruota davanti ovale e storta e con il minimo basso che me lo fa spegnere, guarda caso, sempre quando il semaforo sta per venire verde. Quelli dietro suonano il clacson e partono schivandomi all’ultimo momento. Avvolto in una nuvola di fumo nero cerco il folle, prendo a calci la leva, riinfilo la prima e do gas appena prima del giallo.
Dopo varie vicissitudini riesco a raggiungere l’ambasciata, compilo i formulari e lascio il passaporto.
- «Deve tornare a ritirarlo tra le 14 e le 15.»
Nell’attesa decido di andare a fare un giro in centro, ormai ho preso confidenza con la viabilità. Ecco Place des Cinéastes dove sono già stato ieri, ma a piedi. Devo svoltare a destra. Semaforo giallo! Passo lo stesso!! Poliziotto!!! Mi ferma!!!! Merda!!!!!
- «Lo sa che è passato col rosso?»
- «(Con espressione umile e colpevole) Sono mortificato; non me ne sono accorto; non sono di qui ed ero concentrato sulla strada da prendere… e comunque era giallo.»
- «Parcheggi qui il motorino. Deve presentarsi con la multa e i documenti del mezzo alla sede centrale della polizia dopo le 15. Pagherà una contravvenzione di 6000 franchi Cfa (circa 9 Euro N.d.R.) e le verrà restituito.»
(Tra me e me) E ora come faccio?! Non ho la più pallida idea di dove sia la sede della polizia, non ho i documenti della moto, forse neppure Joffrey ce li ha e comunque torna ‘sta sera tardi, domani dobbiamo partire e non faccio in tempo a ritirare il mio passaporto. Un sentimento misto di disperazione e panico mi porta a imprecare contro il destino. Ma come cacchio è possibile? Per le strade di Ouaga circolano motorini con quattro persone a bordo, auto tenute insieme da evidenti saldature improvvisate, furgoni disassati stracarichi di gente. E a me sequestrano il mezzo perché sono passato col giallo? In Africa?
- «Mi scusi, ma non potrei pagare la multa direttamente a lei? Sa, sono a Ouaga da due giorni, non so dove sia la sede della polizia…»
- «Ce n’est pas possible
Mi sono pure trovato il poliziotto incorruttibile! In Africa!
- «La prego, il motorino è del mio amico che mi ospita, lui è al lavoro e non lo posso contattare, domani dobbiamo partire per un lungo viaggio, devo andare a ritirare il mio passaporto all’ambasciata del Mali. Se pago la multa ora, lei me lo lascia riprendere e la chiudiamo qui! Che ne dice?»
- «Se paga la multa a me, non posso rilasciarle la ricevuta.»
Ma che cazzo me ne frega della ricevuta, mi serve la moto! (Lo penso soltanto)
- «Guardi che per me la ricevuta non è un problema, pensi che in Italia non chiedo mai lo scontrino fiscale.»
- «Va bene, mi dia pure i soldi, avec discrétion
Svolto l’angolo, per non dare nell’occhio mentre tiro fuori il portafoglio. Ho solo un biglietto da 10.000 franchi, ma per fortuna c’è un ragazzino che vende sigarette; compro le Excellence, le più care. Giustamente non ha il resto, è come se entrassi in una tabaccheria con una banconota da 500 Euro. Parte a cercarlo e sparisce con i miei soldi… ma dopo poco torna con banconote più piccole e una manciata di monetine. Ci voleva una piccola eccezione alla legge di Murphy.
Pago il poliziotto e me ne vado vacillante; sembro ubriaco con la ruota storta e l’agitazione che mi fa tremare le braccia.
Ho corrotto un poliziotto onesto?

lunedì 1 settembre 2008

DIARI DELL'ALTRO MONDO 1

L’inizio… la fine
Sono chiuso in questo siluro di metallo. Tra poco saremo sparati a 10.000 metri di altezza dove ci sono almeno 50 gradi sotto lo zero. L’aria che respiro mi dà disagio: così fredda, secca, asettica, condizionata. Sono turbato dall’assenza di odori e di umori. Fino a poche ore fa, a ogni respiro le narici si gonfiavano di sapori, gusti, polvere e sporcizia. Ma ormai ero abituato, la cosa non mi infastidiva per nulla: era il normale ordine delle cose.
Si è seduto accanto a me un tipo strano. È un bianco, sulla quarantina, grasso e con un’orribile camicia gialla fluorescente. La barba incolta, puzza da far schifo; spezie acidule… Ma che cacchio avrà mangiato? Fino a qualche istante fa riflettevo su come ormai fossi avvezzo ai diversi effluvi percepiti in tre settimane di Africa e ora sono profondamente disgustato, da un mio “fratello” bianco perdipiù. Nell’ultimo posto della fila siede una sventolona nera, elegantissima, vestita all’occidentale naturalmente. È arrivata con lui, staranno insieme. Che coraggio! Sarà amore oppure chissà quale forma di sudditanza? Di questo particolare tipo di incontro tra culture avrei volentieri fatto a meno. Ultima esperienza prima di tornare nel mio mondo.
*°*°*°*°
È una questione di atmosfera. Appena mi affaccio dalla porta dell’aereo, anche se è ormai notte inoltrata, la prima sensazione che mi si imprime nel sistema nervoso attraverso il viso e sulla pelle, dal naso fin nei polmoni è quel caldo umido che non mi abbandonerà più fino al ritorno. Sono nella culla dell’umanità e ben presto mi accorgerò del perché. Mi sembra di essere entrato solo ora nella biosfera. Il clima stimola la vita, ogni cosa pulsa delle più svariate e frenetiche attività biologiche, dei più naturali fervidi fermenti. L’acqua delle pozzanghere vibra incessantemente per i movimenti degli insetti, delle larve e delle rane. I muri sono colonizzati da grandi lucertole dalla testa gialla che inseguono mosche, moscerini e zanzare.
Negli anfratti delle città i topi raccolgono i rifiuti prodotti dalla grande concentrazione di esseri umani. La terra è percorsa da grosse formiche che si muovono in lunghe file ordinate, scarafaggi giganti si trascinano lasciando una scia nei granelli, le termiti costruiscono i loro alti castelli di sabbia. In pochi giorni tra le dita dei miei piedi si svilupperà una simpatica comunità di funghi che se la godono tra le mie cellule epiteliali macerate dal sudore prodotto nelle plastiche scarpe da ginnastica. Le mosche ti si posano incessantemente addosso soprattutto mentre mangi. Siamo nella stagione delle piogge, quattro mesi all’anno durante i quali la natura deve ricuperare l’inattività dei restanti otto durante i quali la siccità e il solleone stroncano ogni impulso vitale.
Ci sono 35 gradi e un’umidità pazzesca. Vita! Soprattutto per tutti quegli esseri che nella scala evolutiva occupano le posizioni di rincalzo: al di sotto degli umani, per intenderci. A questi ultimi invece non resta che sudare, senza che però la loro vitalità ne risenta minimamente. Ci si ammassa noncuranti in veicoli scassati, schiacciati gli uni contro gli altri e sommersi di bagagli e animali vivi, sacchi di riso e biciclette, sul tetto e sotto i sedili. Attraverso le fibre dei vestiti, l’umidità dei corpi si mescola: spalla contro spalla, coscia contro coscia. Per la verità questa condizione sviluppa un forte sentimento di socialità che fa dimenticare il malessere fisico ed esistenziale, si chiacchiera amabilmente e animatamente con i vicini e capita raramente di incrociare sguardi corrucciati, volti adombrati, espressioni arrabbiate. Si parte! Ma solo perché nel furgone tutti (e di più) i posti (venti!) sono occupati; se oggi non si fosse riempito, avremmo aspettato fino a domani.

giovedì 28 agosto 2008

DIARI DELL'ALTRO MONDO


Introduzione
Tremila chilometri di sabbia rossa, baobab e fiumi limacciosi, campi di miglio, di arachidi e città trafficate e inquinate, asfalto consumato e binari dissestati. Tre settimane tra sole cocente e travolgenti temporali.
Per non rimanere chiusi in un mondo fatto di rilievi, dislivelli, quote e vette abbiamo abbandonato l’Alto per immergerci nell’Altro. Ci siamo calati nella pancia del grande Continente Nero per evadere dalla nostra quotidianità, alla ricerca di differenti modi di vivere la stessa vita. Da Ouagadougou a Dakar; attraverso Burkina Faso, Mali e Senegal; a piedi, in taxi-brousse, con l’autobus, sul treno. Un viaggio lungo e lento (e comunque troppo breve e veloce) per avere il tempo di guardarsi intorno, di incontrare, di conoscere.
Due gocce bianche nel mare nero. L’essenza umana è una sola, ma si vive in tanti infiniti modi diversi. Un Altro mondo esiste davvero e, forse, è anche possibile.
A breve alcuni brani del diario, intanto
http://elofasojo.blogspot.com

venerdì 23 maggio 2008

CARNE DELL'ORSO O CARNE DELL'UOMO?

Magari di nessuno dei due.
Proseguiamo in tema di bestiario; alpino ma non solo, più ampiamente montano. E questa volta torniamo a occuparci di orsi anche se non più da un punto di vista letterario. La cronaca degli ultimi tempi fornisce lo spunto per un discorso più vasto che va a toccare il cinema, ambito in cui il plantigrado gioca spesso il ruolo di star, e non solo in film consolatori e teneri come Koda fratello orso o L’Orso.
Per iniziare, le notizie.
21-5-08, Gioia dei Marsi (AQ). 5 quintali di miele divorati da un orso marsicano nei pressi del Parco Nazionale d’Abruzzo. Curiosa la reazione dell’apicoltore Franco Troiani per nulla turbato dal fatto: «È un segno tangibile della presenza del plantigrado sul nostro territorio: un patrimonio che va salvaguardato con ogni mezzo per non correre il rischio di far estinguere il simbolo della Marsica».
22-5-08, alta Val Seriana (BG). In un allevamento ovino trovate 4 pecore sbranate. Nel varco della rete sono rimasti dei peli che, stando ai primi accertamenti, apparterrebbero a un orso.
E pochi giorni prima, il 17 maggio, a Prato allo Stelvio (BZ) si era tenuto il convegno internazionale Convivere con l’orso organizzato dal Wwf, in cui si è discusso sulle buone pratiche per la prevenzione dei danni causati dall’animale e sulle misure di risarcimento per coloro che abbiano subito dei “furti”.
Alle nostre latitudini, dove la natura è stata ormai completamente addomesticata, possiamo permetterci di disquisire sul fatto che gli orsi sono un patrimonio per il benessere dell’ambiente e sui pericoli esclusivamente economici che questa presenza può arrecare all’uomo. Ma non è così dappertutto. In altre zone della terra come Canada, Alaska e Siberia il dibattito è di ben altre proporzioni: la presenza degli orsi è una minaccia per la vita umana? La discussione è aperta, anche se laggiù, a chi si inoltra nella foresta per un’escursione, si consiglia vivamente di portare con sé un fucile a pallettoni.
A questi interrogativi ha dato una risposta il grande regista tedesco Werner Herzog nel suo film-documentario Grizzly man. È la storia vera di Timothy Treadwell, giovane americano (un po’ borderline, per la verità) che passa le sue estati in Alaska osservando i grizzly e girando ore e ore di filmati per dimostrare che gli orsi non rappresentano un pericolo per gli uomini, ma anzi sono minacciati da essi. Purtroppo, dopo 13 anni di vita nel Grande Nord, nel 2003 il protagonista verrà sbranato insieme alla sua fidanzata proprio da un orso. Il messaggio di Herzog che ha preso visione dell’immensa quantità di filmati di Treadwell e li ha montati raccontandone la storia con la propria voce fuoricampo, è che la natura in fondo è cattiva e la convivenza tra uomini e animali è fondata su una lotta a tutto campo. Non a caso, l’orso che si è macchiato del delitto verrà ucciso a sua volta dagli amici di Treadwell.

In risposta a Herzog, al Trento Film Festival è stato presentato un altro documentario sui grizzly che racconta le vicende di un altro personaggio curioso che passa il suo tempo a stretto contatto con i feroci animali. Il film si apre con alcune statistiche: negli ultimi 100 anni, 200.000 orsi sono stati ammazzati dall’uomo, contro 91 esseri umani uccisi dagli orsi. Il titolo è The edge of eden – Living with the bears di Jeff e Sue Turner e racconta un’estate passata in Siberia da Charlie Russell, etologo canadese, che ogni anno acquista una coppia di cuccioli d’orso catturati dai bracconieri, per rieducarli alla vita libera nelle alture della Kamchatka. È una sorta di surrogato di madre per queste palle di pelo: insegna loro a giocare, a pescare salmoni, a diffidare dai maschi adulti che li vorrebbero uccidere; ma sempre assecondando il loro istinto innato. E nel frattempo li nutre in modo che possano accumulare abbastanza grasso per sopravvivere a un lungo inverno in letargo. Nel film, ben presto riceve la visita dei due cuccioli allevati l’estate precedente che non sono ancora pienamente indipendenti e tornano di tanto in tanto per approfittare delle premure del loro “mammo”.
L’unica forma di autodifesa adottata da Russell è lo spray al pepe. La sua idea è che al massimo gli orsi possono essere aggressivi, mai feroci. Per ora non è ancora stato sbranato come Treadwell; forse non lo sarà mai. Una convivenza tra uomini e grizzly è possibile? Per alcuni sì, per altri no.

Nelle foto: Charlie Russell con i suoi "cuccioli"

giovedì 24 aprile 2008

AL TRENO, AL TRENO!


Oggi turba il sonno dei bambini sotto forma di incubo notturno, ma.fino a cento anni fa teneva desti i pastori costretti a difendere le pecore dai suoi attacchi al buio. Veniva inseguito, braccato, catturato e ucciso perché rubava bestiame e selvaggina alle povere popolazioni che su allevamento e caccia fondavano la propria sussistenza. Risale probabilmente ai primi del ‘900 la scomparsa definitiva del lupo dalle Alpi. Ma verso la fine degli anni ’90 è tornato, dopo una lunga pellegrinazione dall’Abruzzo dove erano rimaste alcune enclave del canide. Un branco si è stabilizzato tra i monti dell’Alta Valsusa e la sua presenza è stata confermata da numerosi avvistamenti avvenuti negli anni, da diverse denunce di pastori a cui sono state uccise delle pecore e, purtroppo dal ritrovamento di vari cadaveri uccisi da morte accidentale oppure da bracconaggio.
Il ritorno del lupo non può che essere una buona notizia per la salute delle montagne. Significa che il suo habitat è ancora sostanzialmente preservato e che lo sviluppo delle attività umane non ostacola più di tanto gli equilibri naturali. Oltretutto è stupefacente come questo ampio nucleo sia andato a occupare proprio la Valle di Susa, una delle zone alpine più impattate, dove tra impianti da sci, strutture turistiche e infrastrutture per la viabilità sembra che rimanga poco spazio per la wilderness. Ma forse anche per questo, se l’antropizzazione è condensata in certe aree – per la verità molto ampie – ci sono spazi completamente abbandonati e selvaggi dove i lupi trovano privacy e selvaggina per soddisfare le proprie necessità e per sostenere un branco piuttosto nutrito.
Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia. Intanto le comunità di lupi sono talmente esigue da non scongiurare completamente un nuovo rischio estinzione. Sono ancora troppi quelli che muoiono investiti da treni e automobili (la principale causa di mortalità) e quelli che vengono uccisi da pastori e bracconieri. Per venire all’attualità, nei giorni scorsi un lupo morto (nella foto) è stato trovato in una galleria ferroviaria in Alta Valsusa, sicuramente investito da un treno. E lo scorso autunno un altro cadavere era stato trovato nella zona, quella volta ucciso da un bracconiere.
Probabilmente i pastori non saranno d’accordo, ma è davvero triste vedere l’immagine qui sopra. È una questione di percezione: il lupo è l’animale sociale che caccia e vive in branco, che meglio rappresenta l’intelligenza e la simpatia. Anche solidale, materno; basta leggere il Libro della Giungla, oppure rispolverare la leggenda di Romolo e Remo allevati dalla lupa. Il ritorno sulle montagne ce lo mostra nella sua immagine più indifesa di fronte ai soprusi dell’essere umano perpetrati ai danni dell’ambiente.
Chi alleva pecore probabilmente ha sensazioni diverse, anche se riceve un indennizzo per ogni capo ucciso dal lupo. I pastori sono costretti a trovare nuove soluzioni pratiche, a riorganizzare il lavoro; se prima gli alpeggi si sorvegliavano ogni qualche giorno, oggi vanno controllati 24 ore su 24. Però, sapere che le valli sono abitate dai lupi è una ricchezza incalcolabile sia per la nostra fantasia, sia per il benessere dell’ambiente. La legge della natura si è invertita: il predatore è diventato vittima. Ma l’animale che rappresenta il principale pericolo per tutti è dotato di intelligenza e pietà. Riuscirà a esercitare queste doti?

giovedì 20 marzo 2008

UN RENDEZ-VOUS NEL WEB

Oggi ci caliamo nelle terre basse; dall’universo di cristallo al mondo di polvere, dove si crepa di caldo e non è ancora estate; noi che ci lamentiamo degli inverni non più freddi. Andremo fuori tema per mostrare altre sfaccettature della vita.
È la storia di un’avventura da cui sono nate tante storie che si sono separate, poi di nuovo intrecciate, poi ancora divise. Al momento una sottile ragnatela unisce l’Alto Mondo, il Plat Pays e il Continente Nero.
Bisogna risalire all’incontro primigenio sette anni fa in un fumoso appartamento di Bruxelles dove la birra fluiva copiosa e non mancavano mai buon umore e piatti da lavare. Dopodiché, non ci si perse di vista grazie a una lunga serie di ritrovi (casuali o guidati dal destino?) che hanno scandito il passare del tempo; anche se ogni volta sembra che nulla sia cambiato. Da Bruxelles qualcuno è tornato; altri sono partiti per luoghi disparati: Bologna, Parigi, Madrid, Benin, India, Burkina Faso. E ogni trasferta intervallata da nuove riunioni: Bruxelles (sempre e comunque), Torino (diverse volte), Bologna, Liguria, Stoccolma, Dolomiti, Alpi Provenzali.
Ora le strade sono tornate a incrociarsi, realmente e virtualmente, in una splendida isola che non c’è. Un luogo lontano ma vicino, etereo ma concreto, ci ha accolti e riportati insieme. I padroni di casa sono una funzionaria della Croce Rossa e un videogiornalista (entrambi provenienti da quel piccolo paese al centro d’Europa) che si sono trasferiti in Burkina Faso dove hanno messo in piedi un ricchissimo diario di bordo in cui raccontano le esperienze, le emozioni, le sensazioni e la vita in un ambiente così diverso, nuovo e affascinante. Hanno ospitato fisicamente gli altri protagonisti della storia; l’Alto Mondo li ha visitati sottoforma di bit.
Nessuno può dire dove si rivedranno ancora ma i suggerimenti sono bene accetti.
http://elofasojo.blogspot.com/
Fotocomposizione di Jo au Faso

venerdì 29 febbraio 2008

THE GRATEFUL DEAD


ONE MORE SATURDAY NIGHT


Went down to the mountain, I was drinkin' some wine,

Looked up in the heavens lord I saw a mighty sign,

Written fire across the heaven, plain as black and white;

Get prepared, theres gonna be a party tonight.

Uhuh, hey! saturday night!

Yeh, uhuh one more saturday night,

Hey saturday night!

giovedì 28 febbraio 2008

ONE MORE SATURDAY NIGHT



Siamo in un pub a notte inoltrata. Ricordando i bei momenti passati nell’arco di questa lunga serata di evasione, qualcuno propone il brindisi: «Mille serate come questa!» Le pinte si alzano al cielo in un tintinnare di vetri. Era intorno al tramonto quando siamo partiti, in macchina, dalla grande città. Un viaggio suburbano attraverso periferie, rotonde e villette a schiera. Niente autostrade; eravamo diretti verso un luogo vicino ma dimenticato, la vera culla dello sci, di cui molti sciatori sparati a 130 all’ora verso distanti mega-stazioni nemmeno conoscono l’esistenza.

La storia (con la “s” minuscola) narra che qui, nel lontano 1897, si svolse la prima gita con sci. L’iniziativa era partita da un ingegnere svizzero, il mitico Adolfo Kind, giunto a Torino per aprire una fabbrica di lucignoli in riva al Po. Costui, appassionato di montagna, aveva iniziato a esercitarsi sui prati innevati del parco del Valentino nell’uso di due strani oggetti di legno che mai prima di allora si erano visti in Italia: gli sci che Kind si era fatto mandare appositamente dalla Norvegia. Dopo le prime esercitazioni in città e sulla collina torinese (evidentemente allora nevicava più di adesso), era venuto il momento di ampliare il raggio delle escursioni e di provare gli attrezzi per la prima volta in montagna. La scelta cadde sulla Val Sangone per la vicinanza e soprattutto perché all’epoca c’era un trenino per pendolari che da Via Sacchi, all’angolo con Corso Sommeiller, portava fino a Giaveno. Da lì, bastavano pochi passi per uscire dal paese e raggiungere il Pra Fieul, alle pendici della Punta dell’Aquila, dove dislivelli e pendii consentivano salite, curve e discese più evolute di quanto si potesse fare a Torino.
In seguito, con l’avvento dell’automobile i campi da gioco degli sciatori torinesi si estesero notevolmente, ma l’Aquila restò sempre uno dei luoghi più battuti. La base delle gite si spostò verso l’alto fino alla frazione di Maddalene (741 m.), comodamente raggiungibile dalle ruote gommate, il che accorciava notevolmente la salita fino ai 2155 m. della vetta. Era ancora l’epoca delle pelli di foca, ma foca vera, per le classi più agiate e delle strisce di juta legate sotto gli sci per i meno abbienti.
Negli anni ’60 lo sviluppo del turismo invernale subì una drastica accelerazione anche in questa valle minore. Venne l’epoca dello sci su pista; il divertimento della discesa da cui si estirpava la fatica della salita sfrattando verso altre zone quelli che da allora in poi vennero definiti scialpinisti. Più in alto delle Maddalene, all’Alpe Colombino (1261 m.), furono costruite delle moderne infrastrutture sciistiche: un mega-albergo (per i parametri della Val Sangone), skilift baby e avveniristica seggiovia che portava alla Punta delle Lese (1857 m.) prima di quella serie di lunghi pianori e brevi pendii che conducono in punta all’Aquila. Viene da chiedersi se sia stata la diminuzione delle nevicate e l’aumento delle temperature a costringere gli sciatori a salire più in alto con la macchina, oppure se sia stato l’utilizzo delle automobili a causare l’innalzamento del limite delle nevi. In ogni caso siamo entrati in un circolo vizioso.

È già buio quando raggiungiamo il parcheggio davanti all’albergo, prima e unica costruzione moderna incombente sul fondovalle sottostante. Una baracca di legno porta ancora l’insegna “Sci Club Val Sangone”. Da una parte si intravede la pista del baby; poco più in là parte la strada innevata che imbocchiamo diretti verso l’alto. La luna non è ancora sorta, ma le luci dell’albergo ci guidano lungo i tornanti sulla neve dura e ghiacciata. Ben presto raggiungiamo la dorsale che, seguita da un traverso pianeggiante, ci conduce all’ampio anfiteatro sotto la punta delle Lese. Intanto la luna si è alzata e illumina i tralicci della seggiovia, punti di una linea immaginaria che percorre la massima pendenza del pendio. La fioca luminosità getta una luce sinistra sull’intero vallone. Le strutture metalliche sono arrugginite a causa del disuso, in alto sorge la stazione di arrivo completamente in abbandono. Abbiamo attraversato in macchina le periferie dell’era post-industriale, qui ci aspetta un panorama da epoca post-turistica. Dopo alcuni inverni avari di neve e a causa dello sviluppo vorticoso di comprensori sciistici “griffati” nelle più ampie valli circostanti, la piccola stazione fu costretta a chiudere. Ora le pendici della Punta dell’Aquila sono tornati a essere terreno adatto a scialpinisti e ciaspolatori che non temono la fatica della salita. È anche consigliato forti di spirito per non deprimersi di fronte a questo scempio. Quasi quasi è meglio venire di notte.
Proseguiamo oltre l’arrivo della seggiovia; nell’ultimo tratto si percorre una piccola crestina affilata che conduce alla croce. Dagli zaini spuntano buoni panini, bottiglie di vino e un panettone fuori stagione. Ora la luna è alta nel cielo e ci illuminerà la discesa verso valle che si concluderà al bar The Big Ben. A modo nostro abbiamo vissuto un sabato sera all’insegna dell’evasione prima di tornare nel mondo che ci appartiene, fatto di pub inglesi e centri commerciali.
Le splendide foto di Cikus su

martedì 12 febbraio 2008

PRIMO LEVI INTO THE WILD



In effetti la carne dell’orso con il film di Sean Penn c’entra eccome.
Scorrevano i titoli di coda e le emozioni sprigionate dalle immagini, miste al sonno causato dalla tarda ora, mi avevano lasciato inerte sulla poltrona del cinema con gli occhi ancora fissi sullo schermo. Le scritte passavano rapide, ma – ne sono sicuro – le parole “P. Levi” e “Bear meat” io le ho lette. È stato un passaggio fulmineo e inconscio, direttamente dalla retina alla memoria, senza passare per la consapevolezza razionale.
La carne dell’orso è un argomento topico nel racconto Ferro di Primo Levi contenuto ne La tavola periodica. Si tratta di quelle esperienze forti e “estreme” in cui ci cacciamo quando la forza e la baldanza della giovane età ci spingono più possibile verso i nostri limiti. Nello specifico, i due protagonisti della storia calcolano male i tempi di una scalata in montagna e si ritrovano a dover bivaccare sulle rive di un laghetto gelato.
«Arrivammo in cima alle cinque, io tirando l’ala da far pena, Sandro in preda ad un’ilarità sinistra, che io trovavo irritante.
- E per scendere?
- Per scendere vedremo, - rispose; ed aggiunse misteriosamente: - il peggio che ci possa capitare è di assaggiare la carne dell’orso -. Bene, la gustammo, la carne dell’orso, nel corso di quella notte, che trovammo lunga».
Il ferro è Sandro, compagno di Università di Primo: «…era legato al ferro da una parentela antica: i padri dei suoi padri, mi raccontò, erano stati calderai e fabbri… D’inverno, quando gli attaccava secco, legava gli sci alla bicicletta rugginosa, partiva di buon’ora, e pedalava fino alla neve, senza soldi, con un carciofo in tasca e l’altra piena d’insalata: tornava poi a sera, o anche il giorno dopo, dormendo nei fienili, e più tormenta e fame aveva patito, più era contento e meglio stava di salute».
Il fatto che nel film Into the wild sia citato questo racconto mi appariva assolutamente in linea con la storia di Christopher McCandless che, per il desiderio di avventura e libertà, era morto, solo, in uno scuolabus abbandonato nelle terre selvagge dell’Alaska, dopo due anni di vagabondaggio per l’America. Non restava che indagare su come la carne dell’orso sia arrivata ad Alexander Supertramp.
Nel libro di Jon Krakauer, da cui è tratto il film, che ricostruisce in maniera minuziosa l’intera storia, Primo Levi non è citato. La ricerca si fa più complicata, ma google corre in soccorso dei curiosi. Si scopre che Bear meat è proprio il titolo di un racconto pubblicato nel periodico culturale The Newyorker nel gennaio 2007 e uscito nella raccolta di testi di Levi A tranquil star, edita negli Stati Uniti nello stesso periodo.
Possiamo solo supporre (ma è bello pensare che sia così) che Sean Penn abbia letto il racconto mentre già lavorava al film, e ne sia rimasto così affascinato da volerne inserire una citazione. Solo la sensibilità di certi uomini può dare a una storia quell’inesauribile forza che la rende attuale in ogni tempo e in ogni luogo. Sono gli esili fili dell’immaginazione e i sottili legami della fantasia che portano da Primo Levi a Sean Penn, da Sandro a Christopher McCandless.
«Era questa, la carne dell’orso: ed ora, che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino».

Primo Levi, Il sistema periodico, Einaudi 1975
Jon Krakauer, Nelle terre estreme, Corbaccio 1998
P. Levi, Ferro, in Racconti di montagna a cura di Davide Longo, Einaudi 2007

giovedì 31 gennaio 2008

ALTRE DOMENICHE INIZIANO CON TUTT'ALTRO SPIRITO


La sveglia è spostata avanti e, nonostante ciò, qualcuno riesce ad arrivare con ritardi anche considerevoli. I puri e duri manifestano, più o meno apertamente, il proprio dissenso. Non si sa mai esattamente chi viene perché qualcuno si aggiunge all’ultimo momento e spesso bisogna procurare attrezzatura per chi non la possiede. “Porta la tua vecchia giacca per una mia amica; a chi posso chiedere in prestito un paio di scarponi, un imbrago, il casco, le racchette da neve?” Ma qualcosa, inevitabilmente, manca lo stesso.
Compattiamo le macchine per risparmiare sulla benzina e quelli seduti dietro si devono schiacciare tra gli zaini che non ci stanno nel bagagliaio. Già durante il viaggio inizia un fitto e allegro chiacchiericcio: cosa hai fatto in settimana, quella merda di Mastella ha fatto cadere il governo; pausa al bar per il caffè.
Scesi dalla macchina, prima di attaccare l’itinerario, inizia una frenetica attività che assomiglia a quella di un bazar magrebino. “Mi hai portato la giacca? Le ghette vanno allacciate all’interno o all’esterno? Come si calzano ‘ste racchette? Metti le mie cose nel tuo zaino altrimenti pesa troppo. Se vuoi metto te nello zaino, così facciamo prima”. Dopo le contrattazioni e la lunga preparazione si parte. Subito si coagulano dei gruppetti che salgono in ordine sparso per il pendio e che dibattono sui temi più disparati. Si parla di religione e laicità, di immigrazione, di ecologia ma anche di sport, shopping e gossip; certe discussioni diventano accese, altre restano più pacate. Il ritmo consente di conservare fiato per le parole; e si chiacchiera molto. Ben presto è già ora di una pausa perché qualcuno ha sete, fame o entrambe. “Qualcuno vuole del cioccolato amaro, venezuelano, equo e solidale? Io ho portato delle albicocche secche non trattate, senza coloranti, da agricoltura biologica. Il suo tè è molto più buono perché ha il limone”.
Per fortuna il sole è già alto e la temperatura mite, perché con l’attrezzatura raffazzonata di certe persone, anche solo una brezza potrebbe causare geloni. I puri e duri si lamentano del caldo soffocante: “L’altra volta, proprio qui, c’era -20”. Un mucchio di pietre al sole, dove la vista si apre, offre ad alcuni la scusa per fermarsi. “Ma come, la vetta è ormai vicina. Vacci te in cima, qui si sta così bene”. Gli altri proseguono con la solita calma; l’ultimo sforzo e siamo in punta, anche se è piuttosto arrotondata. Ci copriamo godendoci il panorama, ma preferiamo scendere dagli altri per mangiare, dove è più riparato.
Dagli zaini escono le cose più incredibili: i soliti prosciutti, tomini e salami più acciughe al verde, taralli e pizza. Ma il bello viene con i dolci quando uno tira fuori un panettone, un’altra la torta fatta il giorno prima. “Cacchio, abbiamo dimenticato il vino!” Non ci si riesce a liberare dei vizi, ma le buone abitudini si perdono subito. In discesa si procede come sempre a gruppi; quelli più avanti di tanto in tanto si fermano ad aspettare lanciandosi palle di neve, gli altri seguono. Infine, il rito del bar si ripete, ma questa volta è un modo per prolungare il piacere della giornata. Chi ha fretta si lascia convincere facilmente a ritardare la partenza.
Il momento dei saluti dura un sacco: incroci di baci e abbracci, poi tutti a casa.
Fotovideo di Cikus

mercoledì 30 gennaio 2008

CERTE DOMENICHE SI PARTE ALL'ALBA CARICHI E MOTIVATI


Nonostante il sonno e il buio, la mente è già concentrata sull’obiettivo. Siamo in pochi, agili e rapidi: i soliti noti. Puntuali all’appuntamento e focalizzati sulla meta. Poche parole essenziali su tutto il resto, il dialogo invece scorre tra vie da fare, gite fatte, tempi, condizioni della neve e della roccia, margini di sicurezza e gradi di difficoltà.
La salita viene attaccata in velocità perché la fretta tiene alta la tensione nervosa. Bisogna fare presto: la via è lunga… poi fa caldo… bisogna raggiungere la cima… altrimenti la fioca ven mola… Si sale in fila indiana, nel silenzio e nella penombra grigia dell’alba mattutina. Il ritmo è sostenuto; un velato senso di competizione ci spinge in prossimità del nostro limite fisico: sudiamo nonostante l’aria fredda. Cioccolato e frutta secca sono soltanto un modo per reintegrare le energie spese. Cerchiamo la difficoltà, il ripido e tutte quelle situazioni disagevoli che rendono più ruvido l’itinerario. A volte ci prendiamo anche bei strizzoni.

Poi la cima. Qualche sospiro di soddisfazione e di sollievo. E’ più la stanchezza della fame, si deglutisce e si chiacchiera col fiatone, poi è ora di scendere. Se c’è una bella neve inanelliamo una serie ubriacante di serpentine finché non ci manca il fiato e cedono le gambe. Altrimenti giù, più veloce possibile; tanto quel che c’era da fare è stato fatto. Il rituale prevede la birra finale. E’ una tappa obbligata, una rivendicazione: ci spetta perché ce la siamo guadagnata. Ora la lingua diventa più fluida. Ci raccontiamo la giornata con i passaggi difficili, i tratti salienti e i momenti di paura. Le bollicine e l’alcool della birra ampliano e colorano il resoconto.

Stravolti torniamo a casa.